Belgrade

Immensa, estesa e moderna: questa è Belgrado. Capitalista, grigia e lucente: questa è Belgrado. La capitale non conosce sonno: risplende anche nella sua luce artificiale. Possiede un’anima da Storia, Belgrado: è un curioso coro di voci pellegrine provenienti da ogni luogo. È la gemina alternanza di due alfabeti, quello cirillico e quello latino: è Belgrado. Prima era “rossa” ed unita sotto un’unica bandiera, quella della ex Iugoslavia; adesso, è un arcobaleno che brilla sotto le luci dei grattacieli, della Torre Genex e dei grossi cartelloni pubblicitari. Il faro dello sfarzo di questa città, però, non deve abbagliare da una verità: qui, infatti, la fastosità non si paga cara e la magnificenza dell’arredamento di molti ristoranti centrali, ad esempio, è inversamente proporzionale ai prezzi, contenuti ed onesti. Almeno per me, una turista col soldo europeo.

Gli obiettivi del sistema economico e politico sono attualmente combattuti dai partiti e dai movimenti indipendentisti che vorrebbero un ritorno conservatore del paese, quando la Serbia era ancora Iugoslavia e figlia della “Madre Russia”. Invisibili come fantasmi, essi si muovono velocemente nella società e i segni della loro presenza si manifestano attraverso gli adesivi politici incollati sui nomi latini delle strade, in modo da occultarne totalmente la lettura. È uno strano tentativo di distruggere l’europeismo. Il risultato è una marea di turisti spersi e disorientati ­­– come me – che, grottescamente, tentano di raccapezzarsi, traducendo l’oscuro alfabeto cirillico.

Popolo fiero, orgoglioso, accogliente e bello, di una bellezza rara: quella data dalla consapevolezza di sé, dalla sicurezza di essere serbi e dal mantenimento delle proprie tradizioni. Mai come in nessun altro luogo in Europa mi sono sentita “straniera” – forse perché non è Europa – ma neppure così gradevolmente voluta. L’ospitalità, i Serbi – e soprattutto la fiducia – ce l’hanno nel sangue: è come se ti corteggiassero, con quelle loro maniere così premurose. Chiedi e riceverai una risposta simile ad una coperta di lana in un giorno d’inverno; non chiedi, e si avvicineranno spontaneamente (ma con riservatezza). Leggero come una carezza, ti informeranno dei migliori percorsi turistici da battere; caldo come un abbraccio, ti chiederanno come va, hai bisogno di qualcosa, ti mostro i locali migliori dove mangiare; ed infine, morbido come un bacio, ti faranno innamorare delle rovine della fortezza Kalemegdan o ti riveleranno dell’incontro plenario fra le due grandi forze naturali, quella dei fiumi Danubio e Sava. La mia lontananza culturale, invece, l’ho scoperta attraverso la musica. In ogni luogo, da quello più turistico fino a quello più locale, la musica è in ogni dove: ti accompagna mentre ceni, mentre prendi un aperitivo, mentre passeggi per il quartiere Skadarlija o per il ricco viale Knez Mihailova; mentre bevi una birra nel distretto Savamala e anche mentre galleggi sui barconi della Sava. Ovunque. Ed ovunque risuona una melodia antica, classica e tradizionale. I musici serbi, come sapienti menadi, celebrano il giorno e la notte con i loro strumenti a corde, intonando canzoni lontane – che, forse, parlano di guerra o di amore – e tutti seguono questa processione musicale. Non vi è una persona serba che ritenga oscuro il motivetto: essi cantano e danzano all’unisono, trasportati da un passato lontano, manifestatosi all’improvviso. Io, mi sentivo estranea: come potevo partecipare ad un rito così intimo e pubblico al medesimo tempo? Affascinata dal valore storico e tradizionale, seguivo l’armonia, immaginando storie fantastiche e reali.

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Panorama dalla fortezza Kalemegdan (Kalemegdan fortress view)

Immense, limitless and modern: this is Belgrade. Capitalist, grey and glossy: this is Belgrade. The capital does not know the sleepiness; it shines in its artificial light also. Own is the soul of History: it is a curious chorus of peregrine voices come from everywhere. It is a twin alternation of two alphabets, which are Cyrillic and Latin: it is Belgrade. Before it was “red” and unified under a unique flag, that was of ex Yugoslavia; now, it is a rainbow that sparkle under the lights of the skyscrapers, of the Tower Genex and of the big advertising poster. The headlight of the splendour of this city does not to dazzle from a truth: here, indeed, the lavishness is not paid too much and the magnificence furniture of many central restaurants, for example, is inversely proportional at the contained and honest prices. At least for me, a tourist who use the European money.

Actually, the goals of the economic and political system have fought by the nationalist factions and the movements that wish to have a conservative comeback of the country, when Serbia was still Yugoslavia and daughter of the “Mother Russia”. Invisible as ghosts, they move inside the society quickly and the signs of their presence are manifested through the politic adhesives glued on the Latin name of the streets, in order to hide the reading, totally. It is an odd attempt to destroy the Europeanism. The result is a mass of lost and disoriented tourists – as me – who, grotesquely, try to get one’s bearings, translating the unclear Cyrillic alphabet.

Proud, dignified, comfortable and upright people: they are self-aware, sure to be Serbian and conservative of own traditions. Never in other place in Europe I felt myself as a foreign – maybe because it is not Europe – but such pleasantly accepted neither. The hospitality, the Serbian people – and specially the trust – have got into their blood: it is look like they would court you, with their such as caring manners. Ask and you going to receive an answer similar at a wool blanket in a wintry day; not ask, and they going to come near to you (but with discretion). Faint as a caress, they let you inform about the best tourist itinerary to do; warm as a hug, they let you ask how are you, everything is ok, I show you the best places where eat; and finally, soft as a kiss, they let you fall in love with the ruins of the Kalemegdan fortress or they let you say about the plenary meeting between two of the big natural forces, that are Danube and Sava rivers. I discovered my cultural distance, instead, through the music. Everywhere, from most tourist place to the local one, the music is wherever: it accompanies while you have dinner, while you have aperitivo, while you stroll on Skadarlija district or on Knez Mihailova, the rich street; while you have a beer on Savamala district and also when you float on the Sava boats. Everywhere. And everywhere, it resounds an ancient, classical and traditional melody. The Serbian players, as wise maenads, celebrates the day and the night with their string instruments, singing distant songs – that, maybe, talk about love or war – and everybody follow this musical procession. All of them know the motif: they sing and dance on unison, surrendering by a distant past, revealed it extemporized. Me, I felt in an extraneous way: how I could to participate as a such intimal and public ritual in the same time? Fascinated by the historical and traditional value, I followed the music, imagining wonderful and real tales.

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